lunedì 21 agosto 2017

007 - Missione Goldfinger (Guy Hamilton, UK, 1964, 110')





E' curioso come e quanto, a volte, i vecchi classici vengano in nostro aiuto quando le nuove frontiere non offrono alternative valide: non troppo tempo fa, in vista di un pomeriggio di fuoco da passare con i Fordini sul tappeto a giocare, tra animali, libri, pennarelli e le richieste di attenzione del Fordino da contrapporre alle prime volontà d'indipendenza della Fordina - che sta sviluppando un caratterino davvero niente male -, mi sono ritrovato a combattere con formati di file non compatibili con qualsiasi riproduttore avessimo in casa che non fosse uno dei computer, ripiegando, prima che il caldo potesse suscitare reazioni inconsulte, su un ripescaggio che avevo in serbo da tempo, uno dei dvd della collezione dedicata a James Bond omaggiati ai tempi della pubblicità fatta qui al Saloon alla collana uscita in allegato a non ricordo quale quotidiano.
Goldfinger, da sempre uno dei titoli più amati dell'epoca di Sean Connery nei panni dell'agente segreto più noto della Storia del Cinema, è un solidissimo film d'avventura dal ritmo invidiabile e dalle grandi trovate che ora potranno apparire naif ma che funzionano alla grande in barba ai decenni ed alla malizia che tutti noi abbiamo guadagnato con l'avvento del "futuro": non raggiunge, forse, i livelli di Licenza di uccidere, ma resta un saggio di quanto possa essere godurioso e perfetto per qualsiasi età e tempo il film d'intrattenimento ben costruito, con i suoi buoni ed i suoi cattivi - il Fordino attraversa quella fase in cui necessita di un'identificazione delle figure che vede sullo schermo -, il suo stile inimitabile - tra macchine e località turistiche da "fascia alta", dalla Svizzera a Miami - ed alcune sequenze davvero indimenticabili per i tempi come quelle dell'assalto a Ford Knox nella parte finale, l'agguato ai boss della malavita nella proprietà di Goldfinger e la lotta con il guardaspalle coreano di quest'ultimo, una vera e propria macchina da guerra su gambe.
Perfetto, ovviamente, il già citato Connery, forse meno fisico di altri Bond - come l'ultimo Craig - ma carismatico come nessun'altro, pronto a fare da centro di gravità permanente a battute mitiche che mi sono ritrovato ad approvare in pieno - "Sull'aereo ho fatto caricare da bere per tre", comunica uno dei suoi superiori all'agente, "Chi viaggia con me?" la risposta di Bond, "Nessuno, ma sapevo che avrebbe apprezzato": praticamente un sogno per il sottoscritto - ed al solito giro di belle signore che ai tempi erano una regola per ogni film di questa serie che si rispettasse.
Come se la cornice, l'atmosfera, il ritmo non bastassero, lo stesso Goldfinger finisce per rappresentare uno dei villains più interessanti dell'intera saga di Bond, dalla bellissima partita a golf giocata sui sottintesi al confronto finale a bordo dell'aereo pilotato dall'altrettanto indimenticabile Pussy Galore: e l'omicidio a Miami da "Re Mida" è una chicca che soltanto l'innocenza dei tempi poteva permettere, come l'interrogatorio subito da Bond in Svizzera: momenti magici che non solo non invecchiano un film che pare la definizione di Classico, ma che fanno rimpiangere tutto quello che, anno dopo anno, abbiamo finito per perdere.
Nel mio piccolo, spero di poter continuare fino a quando mi sarà possibile e me lo permetteranno, a condividere visioni come questa - anche se distratte, ovviamente, da parte loro - con i Fordini, e che possano germogliare sbocciando in una futura passione per questo straordinario mezzo che è il Cinema.




MrFord




 

sabato 12 agosto 2017

Saloon on the beach, prima parte



Per la prima volta, se non ricordo male, dall'estate del duemiladieci - quella dell'anno d'esordio del Saloon -, e ricordando i tempi del Bullettin dello scorso anno, ho deciso di lasciare respirare un pò il blog, che si sente un pò spento a causa della spentissima blogosfera, ed andarmene in vacanza tranquillo senza il pensiero di dover programmare, aggiornare e via discorrendo.
Ci rivediamo dunque il ventuno agosto, per quella che sarà l'ultima settimana prima di una nuova sosta che porterà i Ford tutti a scoprire se partirà il progetto che potrebbe portare il vecchio cowboy e la sua tribù fuori dai confini dell'Italia.
Nel frattempo, godetevela e brindate sempre e comunque.



MrFord

venerdì 11 agosto 2017

Sete (Jo Nesbo, Norvegia, 2016)




L'arrivo di un nuovo lavoro di Jo Nesbo, uno degli idoli letterari incontrastati degli ultimi anni in casa Ford - e non solo per quanto riguarda il sottoscritto - è sempre un momento quasi magico, con tanto di aspettative altissime e grande attesa - oltre alla solita discussione rispetto a chi, tra me e Julez, dovrà essere il primo a metterci mano -: con gli ultimi lavori - Sangue e neve e Sole di mezzanotte -, però, perfino il poliedrico autore norvegese aveva cominciato a dare qualche segno di stanca, probabilmente legato al successo ed alla necessità di presentare nuovi titoli a ritmo serrato presso i suoi editori in tutto il mondo.
Fortunatamente, a far respirare l'aria dei cari, vecchi tempi torna Harry Hole, il detective alcolista e caotico che ha fatto la fortuna di quest'uomo dai mille talenti, che nel corso della vita è stato calciatore nella Serie A norvegese, analista finanziario, giornalista, musicista e dunque scrittore: con Sete, infatti, riprendiamo le fila della saga del personaggio simbolo di Nesbo a tre anni dalla conclusione del capitolo precedente, Polizia, finalmente sposato con la donna della sua vita, Rakel, e tornato al tranquillo incarico di insegnante all'Accademia di polizia, lontano dall'alcool e dai guai, nonchè, ormai, quasi cinquantenne - altra grande cosa di questo charachter, il tempo che passa sulle pagine come nella realtà, considerato che sono trascorsi quasi vent'anni dalla pubblicazione del primo romanzo dedicato alle sue avventure, almeno in Norvegia -.
E come di consueto, quando entra in gioco Hole, Nesbo riesce sempre, trainato dal suo charachter favorito, a regalare tensione, emozioni, idee geniali e quel tocco da illusionista che, ai miei occhi, l'ha reso da tempo il Nolan del thriller letterario: con Sete, che rimbalza tra le allusioni della propensione alla bottiglia di Harry ed i delitti di un assassino con il quale Hole non ha ancora chiuso i conti, compiuti attraverso un rituale che ricorda i vampiri, Nesbo recupera pienamente il terreno perso con le sue ultime e più scialbe produzioni, tornando su binari solidi ed efficaci, e seppur non consegnando ai lettori il titolo migliore della saga - che, a mio parere, resta sempre La ragazza senza volto - si dimostra uno dei riferimenti per la Letteratura di genere degli anni zero e non solo.
Ancora una volta, infatti, fin dalle prime pagine ci si trova avvinti nella spirale di giochi di specchi, momenti quasi horror, riferimenti musicali e cinematografici e personaggi delineati alla perfezione tipica dei romanzi dedicati all'ispettore Hole, questa volta davvero molto vicini al sottoscritto - dal White Russian de Il grande Lebowski citato apertamente alle descrizioni efficaci e dettagliate dei movimenti di pesistica e della sensazione che porta rincorrere i propri limiti fisici attraverso lo sport - e come sempre perfetti nel delineare non solo le sfumature del protagonista - splendido nei passaggi legati alla malattia di Rakel, o al rapporto con il figlio acquisito Oleg - ma anche vecchie conoscenze come Katrine Bratt - sempre tosta e molto figa - e Truls Bernsten - credo sia un'impresa pazzesca per uno scrittore riuscire a rendere così tridimensionale ed affascinante un personaggio nato come una caricatura negativa -, o i nuovi volti Anders Wyller - che, chissà, potrebbe un giorno raccogliere, con Oleg, il testimone di Hole - e Mona Daa, giornalista d'assalto fulcro di molti giochi di prestigio del geniale Jo nel corso di questo romanzo.
E tra sangue, riferimenti ai social, alla solitudine ed alla crudeltà umana, ci si ritrova, come di consueto, con il fiato corto e la voglia di non arrivare alla conclusione, o quantomeno al momento in cui l'illusionista rivela il suo trucco: perchè le architetture di Nesbo sono così belle da vedere e vivere, che pare quasi un delitto - per l'appunto - sapere che prima o poi verranno rivelate per fare spazio ad una soluzione come di consueto spiazzante.
Resta la sete, quella di vita e di brividi, di questo protagonista imperfetto e magnetico, una sete che tutti gli irrequieti come lui - e come me - non riusciranno a tenere a bada fino alla fine dei propri giorni.
La sete che già mi fa attendere con ansia il prossimo capitolo della storia di Harry Hole.




MrFord



 

giovedì 10 agosto 2017

Thursday's child


Prosegue la marcia della rubrica dedicata alle uscite in sala condotta dal sottoscritto e dal suo antagonista Cannibal Kid attraverso una delle estati più torride ed avare di soddisfazioni cinematografiche che ricordi, che a questo giro pare aver concesso almeno sulla carta qualche chance in più a noi poveri cinefili in cerca di titoli interessanti.
Sinceramente, spero sia così, anche perchè nella puntata di questa settimana abbiamo deciso di includere anche l'unico titolo in uscita il diciassette agosto prossimo, rimandando l'appuntamento alla prossima puntata il ventiquattro.
Nel frattempo, doveste essere al mare, in montagna o in vacanza come concetto, il nostro consiglio - o almeno il mio - è sempre uno: godetevela.



"E questa è la fine che fanno tutti i seguaci di Cannibal Kid!"


La torre nera
(nei cinema da giovedì 10 agosto)

"Ascolta, bello: se ti metti contro Ford, sei finito. Parola di Cannibal."

Cannibal dice: La torre nera è già stato massacrato dalla critica americana. Ma della critica americana c'è da fidarsi quanto di quella fordiana, visto che ad esempio quando è uscito Wonder Woman è stato esaltato come il miglior film degli ultimi 500 milioni di anni. La torre nera invece ha fatto schifo a tutti ma, a vedere dal trailer, sembra che questa volta non abbiano poi tutti i torti.
Io non sono un grande lettore di Stephen King, della sua vasta produzione ho letto poco e tra l'altro nemmeno i suoi romanzi più famosi, però a questo punto mi viene un dubbio. Visto che la maggior parte dei film e pure delle serie tv tratte dalle sue opere non sono un granché e la pellicola migliore, ovviamente Shining, a lui non è manco piaciuta, non è che c'è qualcosa che non va in lui?
Ford dice: ho letto qualche anno fa il primo libro della saga della Torre Nera di Stephen King, un autore a volte in grado di stupire con romanzi pazzeschi ed altre con prodotti decisamente meno riusciti. Personalmente, lego quella lettura più alla seconda categoria, anche se non si tratta certo di un'opera di basso livello. L'idea, dunque, di una trasposizione cinematografica mi ispira poco, anche perchè penso si tratti più di una trovata commerciale che di un vero tentativo di trasformare un romanzo solo discreto in un film assolutamente imperdibile.




Casa Casinò
(nei cinema da giovedì 10 agosto)

"Cannibal, devo fare un paio di tagli alle tue prossime recensioni."

Cannibal dice: Commedia con due comici molto amati soprattutto negli Usa come Will Ferrell e Amy Poehler che ha fatto flop persino negli Usa e mi chiedo quindi quale successo possa ottenere da noi nella settimana di Ferragosto. Io comunque una puntata in questa Casa Casinò la farei lo stesso, sperando mi possa regalare ancora più risate di qualche serioso post di WhiteRussian a caso.
Ford dice: commediola senza senso o motivo di esistere che ovviamente farà sbellicare dalle risate Cannibal e che, dovessi vederla, farà invece schifo al sottoscritto, che ovviamente sarà fatto passare per serioso da Cannibal stesso. Considerato il suo senso dell'umorismo, però, non penso che la cosa mi dispiaccia.


Diario di una schiappa – Portatemi a casa!
(nei cinema e a casa di Ford da giovedì 10 agosto)

"E' stata un'esperienza così terribile che abbiamo pensato stesse guidando Ford."

Cannibal dice: Saga bambinesca con cui non ho mai avuto occasione, e soprattutto voglia, di cimentarmi, lascio l'arduo compito a quella schiappa di Ford, che si godrà la visione facendo finta di fare un favore ai poveri piccoli Fordini.
Ford dice: non ho mai seguito una saga per schiappe come questa, che lascio volentieri a quella schiappa di Cannibal.



Monolith
(nei cinema da sabato 12 agosto)

"Ti prego, Ford: scendi dall'auto. Non guidare."

Cannibal dice: Produzione italiana con protagonista una bella sgnacchera americana come Katrina Bowden tratta da una graphic novel. Sembra un esperimento rischioso, ma intrigante. Il risultato potrebbe essere fallimentare, così come si potrebbe anche rivelare la sorpresa di questo caliente agosto. L'altra sorpresa del mese potrebbe essere Ford che dice finalmente una cosa furba, però su questo non ci conterei troppo.
Ford dice: per me esiste solo il Monolito di 2001. Il resto è un rischio, come quello di accettare consigli soprattutto cinefili da quel curioso individuo che è Peppa Kid.


Atomica bionda
(nei cinema da giovedì 17 agosto)

"E questa la fine che fa Cannibal stesso."

Cannibal dice: Subito dopo Ferragosto, viene sganciata l'Atomica...
Paura eh, Ford?
Sto parlando però di Atomica bionda, il nuovo film di uno dei co-registi del pessimo John Wick con protagonista Charlize Theron. E sembra essere lei, qui in versione più sexy e combattiva che mai, l'arma vincente di una pellicola che per il resto si preannuncia come la classica inutile prevedibile fordianata action spionistica estiva.
Ford dice: di questo film non mi importano regia, riscontri, successo, data di uscita.
Fin dai tempi in cui vidi il trailer, so già che sarà indispensabile per la limonata dura tra Charlize Theron e la protagonista dell'ultimo La mummia, Sofia Boutella. Il resto potrà anche essere una vera schifezza cannibalesca. Ma quello varrà comunque il biglietto.

 

mercoledì 9 agosto 2017

Raw (Julia Ducournau, Francia/Belgio/Italia, 2016, 99')




Di norma, quando approccio un film per il quale l'hype è cresciuto grazie alle numerose recensioni rimbalzate in rete, le due cose che mantengono la mia guarda molto alta sono il fatto che spesso e volentieri venga identificato come titolo radical ed il gradimento dello stesso da parte del mio antagonista Cannibal Kid.
Nel caso di Raw, produzione franco/belga firmata da Julia Ducournau, le premesse suonavano campanelli d'allarme decisamente preoccupanti, essendo la stessa inserita nel filone più che radical da molti colleghi bloggers ed avendo colpito la mia già citata nemesi.
Armato dunque di gin tonic e della quasi certezza di massacrarlo, ho addentato Raw in una serata di calura di questo inizio agosto solo per scoprire quanto potente, ipnotico ed affascinante sia il lavoro di questa regista praticamente esordiente: un viaggio allucinato, disturbante, a tratti macabro, a tratti quasi divertente, che non ha nulla da invidiare alle idee del Polanski anni settanta così come alle produzioni di rottura dell'horror francese figlie degli Anni Zero - riuscite o no, poco importa -.
La discesa nell'oscurità e nella voracità della giovane Justine, che quasi fa da contrappasso alla favola buonista di Okja, è tutto quello che mi piace trovare in un film giunto su questi schermi a scatola quasi chiusa e legato esclusivamente al passaparola: tensione, idee, passione, pancia, voglia di raccontare e di osare, un talento ed un ego da misurare, imperfezioni, eccessi, eppure bellezza estrema nel mostrare il fianco agli stessi.
Ci sono molte sfumature, nascoste in questa produzione, non tutte piacevoli e non tutte immediate, ma senza dubbio, e mi sento di affermarlo nonostante si tratti di un titolo sulla carta molto lontano dai miei gusti ed inclinazioni, in grado di rimanere impresse nella memoria, o ancor più di sedimentare nel cuore e nella pancia pronte come bestie in agguato ad uscire, assetate di sangue, quando meno ce lo aspettiamo.
Il motivo per il quale Raw ha finito per entrarmi fin sotto l'ultimo strato di pelle, è principalmente legato al fatto che, a prescindere dall'evoluzione della storia, dalla rappresentazione di una famiglia che non ha nulla da invidiare a Lanthimos, dallo scontro e dall'incontro - perchè è questo che accade, con i legami di sangue di un certo tipo - tra sorelle, dall'escalation di voracità - che un predatore del mio stampo ben comprende - di Justine - nonostante io le preferisca senza ombra di dubbio la Alexia di Ella Rumpf -, l'opera di Julia Ducournau è viva, vibrante, ha il potere di far sentire il Cinema come vorrei si potesse percepire ad ogni visione, di quei poteri che ti lasciano steso dopo una scopata che ti ricorderai dopo anni e anni, o una mangiata goduriosa e senza ritegno.
Questo perchè, a prescindere dai sottotesti, o dalle possibili letture alle quali la pellicola si presta, Raw è un film profondamente umano, che racconta senza ombra di dubbio e peli sulla lingua la natura affamata che mostriamo, il desiderio che si fa strada nel cuore e nel ventre di ognuno di noi, a prescindere dal fatto che si sia disposti ad accettarlo, o anche solo ad ammetterlo.
Personalmente, ho fatto coming out sulla mia natura da parecchio tempo, ormai.
E la cosa non ha fatto altro che farmi sentire bene. E anche di più.
Perchè è senza dubbio vero che siamo crudeli, affamati, terribili, senza freni, e che quasi sempre dobbiamo muoverci nel mondo come se avessimo il freno a mano tirato: eppure, quando lo vogliamo, lo desideriamo, lo bramiamo, siamo presenti, furiosi, caldi, selvaggi, affamati.
E quella è la condizione che mi si addice di più.
Quella che mi piace vivere.
Quella che Raw ha tradotto in immagini.




MrFord




martedì 8 agosto 2017

Song to song (Terrence Malick, USA, 2017, 129')





Ebbene sì, nonostante tutte le bottigliate piovute sulla sua testa da The tree of life in poi, ho voluto ugualmente sottopormi alla tortura della visione di Song to song, ultima creatura del regista un tempo grandioso e meno prolifico di Kubrick, Terrence Malick, divenuto oggi una sorta di Woody Allen in preda a crisi di divinità e passata giovinezza pronto a sfornare una pellicola dietro l'altra, nonostante la recente tonnellata di merda distribuita con Knight of cups.
E posso affermare, sentendomi tranquillo e libero, che Song to song finisce per essere addirittura peggio.
Perchè, se nei suoi orrendi lavori precedenti Malick mostrava quantomeno di poter dilettare l'occhio dello spettatore con la sua perizia tecnica, ora pare di assistere all'esibizione da cazzo piccolo di un giovane regista figlio della generazione del 4K e della Go Pro, o di un uomo che, giunto alla vecchiaia, abbia preso a desiderare quasi morbosamente di finire preda di un incantesimo pronto a portarlo indietro di quarant'anni e metterlo nei panni dei vari Fassbender e Gosling, e di filosofeggiare a vuoto e scopare e pensare di essere in cima al cazzo di mondo, intoccabile ed invincibile.
Ma sai che ti dico, Terrence?
Hai tirato fuori un'altra merda.
Ed è vergognoso, considerato il regista che eri.
Sappi, con tutto il dolore che provo nello scrivere queste parole, che stai superando perfino Lars Von Trier.
Dunque, vaffanculo.
Ti salvi da parole peggiori - o da un singolo bicchiere in bianco, meno ancora di quando scrissi di Knight of cups - perchè sei riuscito a mostrare Rooney Mara e soprattutto Natalie Portman - che pure non è tra le mie preferite - come delle fighe stratosferiche.
Ma questo non cambia tutto il resto.
E non cambia quello che, ormai, penso di te e del letame che spacci per grandi produzioni artistiche.




MrFord




 

lunedì 7 agosto 2017

Okja (Joon-Ho Bong, Corea del Sud/USA, 2017, 120')




E' sempre molto difficile, scrivere di film come Okja.
Occorrerebbe riuscire a scindere la ragione, il sentimento, l'etica e la coscienza dalla nostra natura animale, per poterlo fare come si conviene.
Senza dubbio, si tratta di un lavoro di ottima fattura, costruito molto bene da Bong, che si conferma uno dei registi più "contro il sistema" che la grande distribuzione possa vantare di avere dalla sua parte.
Senza dubbio avvince, fa discutere ed è efficace, e a più livelli.
Senza dubbio parliamo dell'ennesima proposta intelligente ed azzeccata di Netflix, che ancora una volta si conferma come una delle realtà più importanti al mondo quando si parla di piccolo e ormai anche grande schermo.
Eppure, ci sono un sacco di eppure.
Nel corso delle ultime settimane, ho letto numerosi pareri - più o meno entusiastici, ma sempre di livello medio/alto - incentrati principalmente sul dilemma morale legato al consumo della carne e sfruttamento degli animali, e riscontrato che la prima domanda che veniva posta una volta terminata la visione di questo film era legata proprio al futuro dello spettatore come consumatore.
Personalmente, credo sia una vera stronzata.
Bong, che probabilmente è molto furbo, infatti, denuncia raccontando la lotta per la salvezza di un'amica - o una sorella, in qualche modo - da parte di una ragazzina cresciuta con lei, sfruttando l'onda emotiva del singolo caso per avere l'esempio giusto rispetto alla "massa", in barba al fatto che al termine del film nessuno si preoccupi di quale fine facciano tutti i super maiali lasciati alle spalle dei protagonisti o che - ma questa è un'osservazione provocatoria tutta mia - nessuno si sia mai preso la briga, animazione a parte, di costruire una pellicola di "sensibilizzazione" di questo genere su un pesce, un uccello o un insetto, tanto per citare forme di vita profondamente diverse dai mammiferi che fatichiamo decisamente di più a comprendere.
Quella stessa furbizia, che porta alla sequenza più efficace della pellicola - quella legata all'acquisto di Okja -, perfetta nel mostrare la spietata logica del mercato - quella sì, da denunciare e studiare da vicino - e l'interesse che ognuno di noi, lo si ammetta o no, ha di salvare chi ama, riesce a forzare la mano quasi sottovoce, e conquistare credo la maggior parte dell'audience in barba al fatto che la parte "positiva" della vicenda - rappresentata da Paul Dano ed i suoi - finisca per uscire nettamente sconfitta neanche fosse un Jake Gyllenhaal troppo sopra le righe bastonato da chi le righe le ha tracciate.
Perchè, parlando onestamente, è chiaro che ognuno di noi continuerà a cercare di salvare il proprio animale domestico e non la massa di destinati al macello che non abbiamo mai visto, che penserà prima alla sopravvivenza sua e di chi ama e solo dopo, forse, a quella del resto del mondo, e scandalizzarsi e correre a mangiare quinoa per il resto della vita dopo aver visto film come questo è ipocrita almeno quanto criticare a priori il più classico dei Disney dal finale buonista.
Certo, anch'io vorrei una Okja, e non farei mai del male ai miei gatti, e trovo che il sistema andrebbe cambiato, ma in fondo, parlando di sopravvivenza, so bene che, allo stesso modo, dovessi mettere sotto i denti qualcosa sarei il primo, da uomo delle caverne, a cacciare il mio pezzo di carne.
E di nuovo si torna alla ragione, il sentimento, l'etica e la coscienza a confronto con la nostra natura animale.
Razionalmente, trovo che questo film pecchi sotto molti punti di vista - come Julez faceva notare, per quale motivo non sadico mostrare Okja costretta ad accoppiarsi con un altro supermaiale "dopato", per poi, una ventina di minuti dopo, destinarla al macello? -, e finisca per risultare troppo qualunquista.
Emotivamente è senza dubbio un esperimento riuscito, a metà tra Miyazaki e La storia infinita, e scommetto che in molti si saranno commossi di fronte a quell'ultimo dialogo all'orecchio.
L'etica è complessa, ma quantomeno Bong, per quanto sicuramente di parte, non rinuncia a mostrare - o a cercare di farlo "super partes" - tutti i lati di questa caotica medaglia.
E la coscienza? Beh, se grazie al legame tra le due protagoniste si riesce a dimenticare l'ululato disperato dei super maiali destinati al macello, allora tranquilli.
Potrete continuare a mangiare carne come un predatore del mio stampo e, al prossimo dilemma, ricordare che il Grillo Parlante l'avete già fatto alla griglia da parecchio.
In fondo, sono tutte proteine.




MrFord



 

venerdì 4 agosto 2017

I don't feel at home in this world anymore (Macon Blair, USA, 2017, 93')




"A volte si incontra un uomo che è l'uomo giusto, nel posto giusto, al momento giusto: e quello è il Drugo, a Los Angeles": recita più o meno così l'incipit de Il grande Lebowski, uno dei film che più ho amato, amo ed amerò nella mia vita di spettatore e non solo, di quelli che se dovessi scegliere dieci titoli da portare su un'isola deserta in stile Lost non avrei alcun dubbio ad avere con me continuando a rivederlo per il resto della vita.
Nel corso di questo duemiladiciassette, complici l'impoverimento incredibile subito dalla Blogosfera negli ultimi due anni - ricordo quando, ai tempi, non passava settimana senza che decine di blog venissero inaugurate a cadenza quotidiana, nuovi followers, commenti e confronti nascessero senza neppure fare fatica, e via discorrendo -, gli impegni con i Fordini pronti a crescere, altre passioni in questo momento decisamente più soddisfacenti ed una distribuzione certo non favorevole - almeno dai tempi dell'ultima notte degli Oscar -, ammetto senza troppa preoccupazione di essermi sbattuto ben poco, per cercare ed affrontare pellicole potenzialmente interessanti, crogiolandomi nel fatto che, oggettivamente, nelle sale italiote sia giunto davvero ben poco degno di nota.
Poi, quasi per caso, in una sera di questo inizio agosto, ecco giungere I don't feel at home in this world anymore.
Che è stato il film giusto, nel posto giusto, al momento giusto.
Proprio come il Drugo a Los Angeles.
E proprio come Il grande Lebowski, la pellicola di Macon Blair - già attore nell'interessante Green Room - rappresenta un ibrido, una mescolanza tra generi che oltre al mitico lavoro dei Coen è riuscito a farmi sentire echi di altre perle come Hesher o Big Bad Wolves: partito come la classica commedia esistenziale in stile Sundance, evolutosi come un thriller dal sapore lansdaliano ed esploso neanche fosse un Tarantino impazzito nell'escalation finale I don't feel at home in this world anymore è senza ombra di dubbio la cosa più interessante che abbia visto da mesi a questa parte, l'unica mossa da una carica scombinata quanto la sua protagonista - o il suo curioso sidekick, un ottimo, considerato che di norma lo detesto, Elijah Wood - ed in grado di scuotere, emozionare, stupire, lasciare interdetti o profondamente, macabramente divertiti.
Sedersi sul divano preda del caldo svaccandosi con Cuba e gelato al mango e ritrovarsi praticamente seduti a terra con il viso proteso verso lo schermo, l'esaltazione a mille e la voglia di ricominciare senza tregua a vedere tre o quattro film al giorno in barba alla desertificazione della Blogosfera è uno dei meriti più grandi che questa sorprendente pellicola ha, ma non l'unico.
Personalmente, invece che elencarli come nella più classica delle recensioni o liste della spesa, preferisco invitarvi a sperimentare sulla pelle - magari conoscendo il meno possibile della trama - questo gioiellino indie pulp, distribuito da Netflix - in barba a chi vorrebbe tagliare fuori le produzioni di una delle realtà più interessanti del grande e piccolo schermo dai Festival - e pronto ad inaugurare - almeno lo spero prima di tutto per me - una nuova stagione all'interno di un'annata senza dubbio difficile per noi bloggers cinefili, e prima ancora spettatori desiderosi di confrontarsi sempre e comunque con la settima arte.
Se, dunque, con il Cinema e la Blogosfera da diverse settimane I didn't feel at home anymore, I don't feel at home in this world anymore ha finito per ridarmi speranza.
E farmi sentire come il Cinema riesce a farmi sentire.
Tremendamente vivo, tremendamente bene.
Anche quando c'è inevitabilmente da soffrire.




MrFord




 

giovedì 3 agosto 2017

Thursday's child



Prosegue come un treno quest'estate dai weekend che più poveri non si potrebbe, quasi i distributori ci consigliassero di puntare dritti al cocktail in spiaggia, piuttosto che alla serata in sala.
Non me la sento di dare loro torto, eppure mi pare strano. Come mi pare strano che il mio co-conduttore Cannibal Kid continui a scrivere di Cinema.



"Peppa Kid? Non mi scomodo neppure: quello si spaventa per molto meno di me!"

Annabelle 2: Creation

"Chissà se riuscirò ad avvistare la creatura mitologica chiamata Cucciolo Eroico!?"

Cannibal dice: Annabrutt 1 per quanto mi riguarda è una delle peggiori, e più inutili, porcatone degli ultimi anni. In ambito horror, ma non solo. In altre parole: l'equivalente cinematografico di un post fordiano, UAHAHAH!
Adesso arriva persino il prequel, di quello che già nasceva come spin-off su una bambola comparsa per tipo 3 secondi all'interno di The Conjuring – L'evocazione. Peggio di Annabelle 1 non credo possa essere, però non ho certo tutta questa voglia di averne la conferma.
Ford dice: prequel di uno spin off più inutile delle peggiori recensioni cannibali, per un personaggio - quello di Annabelle la bambola - che potrebbe far paura solo al Cucciolo Eroico. Bocciato in partenza, verrà recuperato solo per caso.


Angoscia

L'angoscia. Di entrare in sala.

Cannibal dice: Come se non bastasse una visione angosciante come Annabelle 2, e intendo non in senso horror, bensì nel senso che ti crea un'angoscia esistenziale capace di farti chiedere: “Ma perché ho sprecato circa 2 ore della mia vita guardando questa schifezza?”. E come se non bastasse l'angoscia di tenere una rubrica cinematografica con il blogger cinematograficamente più incompetente degli ultimi 150 anni, ecco che arriva pure un film che si chiama Angoscia.
Potrebbe comunque essere il film migliore di questa settimana, anche perché, visto che la sola concorrenza di questa settimana è Annabelle 2, è come dire che io sarò il blogger migliore della rubrica di questa settimana.
Ford dice: l'unica angoscia che ho è trovarmi a commentare uscite di film inutili per il resto dell'estate accanto al più che inutile fastidiosissimo Cannibal Kid. Ed è un'angoscia che si mangia qualsiasi film con questo titolo.


 

mercoledì 2 agosto 2017

The Handmaid's Tale - Stagione 1 (Hulu, USA, 2017)




Nonostante io sia una persona molto tranquilla e tendenzialmente - pur se solo in superficie - equilibrata, fin dai tempi in cui la timidezza mi schiacciava come un macigno che non ero in grado di sollevare penso di essere stato più incline alla ribellione che non all'esercizio del potere.
Negli anni, oltre a cambiare, imparare, sbagliare, costruire, crescere, mi sono commosso tra le pagine di 1984 e V per vendetta, ho patito sconfitte e lottato per arrivare a vittorie sul lavoro, sentito la necessità di essere libero - di pensare, di vivere, di esprimere me stesso - sempre più impellente, e goduto della sensazione di poter condividere queste passioni e desideri con chi, per un breve tratto o spero per sempre, è stato o è al mio fianco in questo viaggio.
Nel corso della prima stagione di Handmaid's Tale ho pensato principalmente a questo.
La Libertà.
Una Libertà che per una donna significa potersi gettare nell'esperienza probabilmente più totalizzante ed intensa che si possa immaginare: quella di regalare al mondo una vita nuova.
Allo stesso modo, pur se sempre dall'esterno, mi è capitato di pensare a quale non Libertà possa essere peggiore: quella di non riuscire ad avere figli, o di doverli avere per qualcun'altro.
A prescindere dagli intrighi, dall'atmosfera, dall'evoluzione della trama, dai personaggi e quant'altro si voglia gettare nel calderone, la cosa che ha finito per colpirmi più nel profondo in questa produzione targata Hulu che si ripromette di essere una delle protagoniste delle classifiche di fine anno dedicate ai serial è la tenacia mostrata dal "sesso debole" in barba alla credenza maschile di ritenersi al di sopra dello stesso, che si parli delle Ancelle o delle Mogli, nel pieno di un mondo in cui gli Stati Uniti rappresentano un nuovo "ritorno al passato" costruito sulla Fede cieca ed il bigottismo che maschera, in realtà, tutte le debolezze umane che continueranno ad essere impossibili non tanto da nascondere, quanto da tacere.
Come fossero tante mani che rifiutano di scagliare pietre - prime oppure no che siano - di quello che, episodio dopo episodio, assume i connotati di un esercito di ribelli da fare invidia a Spartacus, costruito sottovoce ma guidato da una forza che noi bestie dall'altra parte della barricata non potremo mai e poi mai neppure immaginarci.
"Non lasciare che i bastardi ti schiaccino", recita come un mantra June, mentre la seguiamo nel suo percorso fatto di vendetta, violenza, umiliazione, riscatto, amore, desiderio: un percorso di crescita che diviene simbolo di una lotta sotterranea e dirompente, in grado di mescolare generi e stili ma soprattutto di toccare corde che, in chi è sensibile a determinati temi come la suddetta Libertà, diventano lo strumento più efficace nel pezzo più travolgente che abbiate mai potuto ascoltare nel corso della vostra vita.
E a prescindere dalla struttura - che, da Lost in poi, è diventata uno dei cardini negli script delle produzioni destinate al piccolo schermo, in un gioco ad incastro tra flashback e presente di narrazione - la progressiva presa di coscienza di June diviene il simbolo delle battaglie di molti di noi, uomini o donne poco importa, in grado di alimentare curiosità e tensione, e stimolare l'anelito dello spettatore per quella Libertà che spesso, anche nella realtà "non distopica" che viviamo quotidianamente, viene soffocata attraverso mezzi ben più morbidi - almeno all'apparenza - di quelli usati da Galaad e dal suo governo.
Proprio per questo - e perchè, se fossimo uomini, ammetteremmo senza riserve la forza irrefrenabile delle nostre "altre metà del cielo", ben superiore a quella che pensiamo di mostrare -, finisce per essere impossibile, in quanto umani, rimanere sordi al richiamo di June, a quel mayday che più che una richiesta d'aiuto è un richiamo alle armi, alla raccolta, al grido di un'indipendenza dal bigottismo e dalla dittatura culturale fondamentale oggi, allora ed in un futuro prossimo, distopico oppure no.
In fondo, diretti verso il peggio, o il meglio, l'importante è essere in movimento verso qualcosa, ed aver compiuto ogni passo seguendo l'esigenza che, in quanto vivi, abbiamo di essere liberi.
E non sotto l'occhio di qualcuno.




MrFord



 

martedì 1 agosto 2017

Karate Kid, once again



E' questo, il bello dell'estate.
Arrivare alla fine di una giornata densa e stancante, pensare di programmare una serata e poi vedere tutto ribaltato a causa delle incombenze quotidiane e domestiche, e poi, di colpo, in televisione, quasi la settima arte volesse fare un regalo, Karate Kid.
Il primo, l'inimitabile, originale, nato per essere una versione per ragazzi di Rocky, e come quest'ultimo diretto da John Avildsen.
Un altro pezzo della mia infanzia, e di quegli anni ottanta che hanno sfornato un cult dietro l'altro.
Un film che, a prescindere dal valore - comunque effettivo -, dai personaggi - tutti riuscitissimi - e dalla morale - molto positiva - passerà alla storia per quel "dai la cera, togli la cera" che avranno citato tutti almeno una volta - perfino chi di Cinema non mastica un cazzo di niente - e quel colpo della gru che, allo stesso modo, chi era bambino - e non solo - avrà tentato di replicare in barba all'esito e ai risultati, o al fatto di trovarsi ad un torneo di arti marziali oppure da solo nella propria camera.
Non ricordo quante volte ho visto questo film, dai tempi delle elementari ad oggi.
Eppure, non c'è stata una sola volta in cui mi abbia stancato, e con il passare del tempo ha finito addirittura per rivelare sfumature sempre più interessanti - Daniel, protagonista della pellicola, non è un eroe completamente positivo, testimonianza di questo il fatto che a sua volta alimenti con i mezzi che possiede la guerra contro i bulli del Cobra Kai, il dojo dalle divise più belle mai realizzate per un film di arti marziali - oltre a delineare sempre meglio il rapporto a metà tra quello di amicizia e di paternità tra Miyagi - che perse un figlio e la moglie a cause delle complicanze nel corso del parto di quest'ultima - e lo stesso Daniel, che inizia con quel "dopo, dopo!" in casa Ford più che mitico e termina con il sorriso sardonico di quello che rappresenta forse il maestro per antonomasia nelle storie di formazione dagli anni ottanta in avanti - e che caratterizzerà le chiusure di tutti e tre i film che lo vedranno protagonista assieme al suo allievo prediletto -.
Un gran bel modo di festeggiare il giro di boa dell'estate, ricordare i tempi in cui sognavo di essere Daniel e trovare un maestro come Miyagi e quelli in cui attendo di poter vedere il Fordino - comunque conquistato dai primi minuti di visione prima di interrompere la stessa per sopraggiunti limiti di orario per la nanna - sperando di poter diventare per lui una guida come questo curioso tuttofare venuto da Okinawa è stato per un ragazzino del Jersey trasferitosi a Los Angeles e ritrovatosi a partire da zero, in tutti i sensi.
E sulle note di "You're the best", farmi trasportare come fosse la prima volta, con il potere che solo alcuni film magici hanno avuto e continuano ad avere, facendomi massaggiare dalla malinconia positiva e dalla stessa voglia di vivere ed imparare di Miyagi, che alla domanda di Daniel "Ne ha mai presa una?" riferendosi al gioco delle bacchette e della mosca, replica "Non ancora".
Non ancora, Miyagi-San.
Eppure sempre.
Arigato.




MrFord




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